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Trasformazioni industriali e logiche imprenditoriali

Politiche industriali 2017 numero 7

Smart home, BIM/GIS, nuovi modelli urbani...

Trasformazioni industriali e logiche imprenditoriali

La politica industriale è espressione che appare oggi attuale e necessaria, ancorché, al momento, solo invocata per il settore delle costruzioni, ma già praticata altrove, non solo col Piano Nazionale Industria 4.0. Si tratta di una locuzione a lungo dimenticata, come lo è tuttora quella, in voga un tempo ormai lontano, di politica tecnica. È evidente che la prima parte dell’espressione rimandi alla necessità di tracciare una rotta, un percorso a medio termine, dopo il disorientamento causato dalla lunga e protratta crisi strutturale del settore che, appunto, ha definitivamente assunto i caratteri della trasformazione.

Politica significa, però, anche che, per il versante dell’offerta, e, in particolare, per le imprese di costruzioni vi sia un interlocutore istituzionale che, per esempio, generi investimenti pubblici, crei le condizioni amministrative per attirare investitori privati, assicuri la tempestività dei pagamenti, garantisca la correttezza dei contratti collettivi di lavoro, e così via. Tutto ciò, d’altra parte, rimanda alla seconda parte della locuzione, cioè alla cultura industriale, alla nuova industrializzazione che, nell’immaginario collettivo, ha a che fare con la prefabbricazione pesante, riferimento da non ripetere, o con i luoghi produttivi automatizzati, difficilmente rapportabili al cantiere: il tridimensionale bulgaro e il caccia militare. Insomma, industrializzazione quale sinonimo di un sistema evoluto di relazioni, di diversa natura, all’interno di una catena di fornitura e di una filiera.

La catena, però, è il luogo in cui attualmente si maturano i fattori dello scarso valore reputazionale del settore: improduttività, illegalità, insolvibilità. La politica industriale, o meglio, una sua versione strategica condivisa, dovrebbe, una volta riconosciuta l’incidenza del settore nell’economia nazionale, indurre i decisori politici ed economici a valorizzarlo: ma la sua credibilità soffre di un grave deficit di comunicazione. Esso sarebbe sicuramente colmabile enfatizzando la salute e la sicurezza, l’energia pulita (che riassume probabilmente efficienza energetica, sostenibilità ambientale, e così via), la circolarità, la resilienza, la digitalizzazione.

Nel contesto nazionale, i processi di agglomerazione urbana, così come quelli di difesa del territorio appaiono temi forzati, segnano il passaggio al ciclo dell’ambiente costruito, ma l’efficienza (non solo) energetica e la messa in sicurezza (il miglioramento sismico), pur riferendosi strettamente al cespite immobiliare (o infrastrutturale), evocano una dimensione «emozionale» che rivela una progressiva evoluzione del prodotto (immobiliare o infrastrutturale), in funzione dei servizi che esso possa supportare o, addirittura, erogare, delle Operations nel Life Cycle. Al di là della condizione endemica di atomizzazione dimensionale delle imprese di costruzioni, i mercati delle costruzioni che enfatizzano la Smartness, ovverossia una reinvenzione di senso dei processi e dei prodotti, guidati dalle analitiche di dati, stanno diventando mercati della contendibilità da parte di Public Utility, ICT Player e altri soggetti. Ciò vale sia per le Grandi Opere (si pensi alle Infrastrutture Intelligenti) sia per i Micro Interventi (si ricorda che in Europa stanno diffondendosi le piattaforme digitali per l’Edilizia alla Uber).

Per questa ragione, sarebbe sbagliato contrapporre grandi infrastrutture e manutenzione programmata: il minimo comune denominatore è dato dall’efficacia delle prestazioni e dei servizi che offrono, che supportano. In questo frangente si situa la parte più delicata della transizione, del cambiamento in atto nel settore, perché, a proposito degli interventi sul patrimonio esistente, si fronteggiano, collocata in un segmento specifico la conservazione, pur programmata e diffusa dei beni culturali immobiliari da tutelare nella fruibilità, le ipotesi della trasformazione/riqualificazione e della demolizione/sostituzione.

La prima propone soluzioni innovative che minimizzino gli impatti sugli utenti e riducano i tempi di esecuzione, come con gli esoscheletri o le facciate (e le coperture) prefabbricate sovrapposte alle esistenti, la seconda, pur dovendo affrontare la «logistica sociale» degli occupanti (specie dei residenti), intende risolvere alla radice la faccenda, ma dovrebbe detenere le chiavi del nuovo prodotto immobiliare per avere successo. Naturalmente, industrializzazione e costruito sono due tematiche del tutto edite, che si ripropongono con forza in sembianze diverse, ma colla stessa essenza, dagli Anni Quaranta e Cinquanta.

A oggi, le misure fiscali e finanziarie a supporto degli interventi sul costruito residenziale, per esempio, hanno consentito di ridurre la contrazione del mercato nell’ultimo decennio, ma, allo stesso tempo, non hanno influito sulla riconfigurazione dello stesso. Oltre ai dubbi sull’efficacia della riqualificazione energetica e, più di recente, del miglioramento sismico, queste policy non hanno orientato la rivisitazione degli assetti organizzativi e dimensionali di imprese di costruzioni che, nel frattempo, oltre a indebolirsi o a scomparire, vedevano diradarsi attorno a sé committenti, professionisti (in realtà, in gran eccesso rispetto al fabbisogno) e, soprattutto, produttori.

La prevalenza dei ponteggi montati su facciate esistenti rispetto alle gru installate su terreni liberi ci ricorda, però, che il mercato, non solo dell’edilizia residenziale, sia mutato, che anche le operazioni più tradizionali di sviluppo immobiliare richiedono una maggiore sofisticazione nella concezione (progettuale) del prodotto immobiliare «connesso», come dimostra il progressivo avvento delle Over- The-Top nel mercato finalmente nascente della Smart Home, che si nutre, per l’abitare, di realtà immersiva (virtuale, aumentata, mista) e di interazioni (riconoscimenti vocali e gestuali), che fa del comportamento e del flusso, preferibilmente individualizzato, degli utenti (negli uffici e negli ospedali) il maggior business immaginato. In ogni caso, sia il completamento delle reti infrastrutturali (dalla mobilità all’energia e all’interconnessione), sia la trasformazione di porzioni urbane comporta l’adozione di scale diverse dagli interventi singoli, episodici, a cui l’impresa di costruzioni è abituata.

Ecco perché la geospazializzazione, la connessione sul territorio di dati e di informazioni che definiremmo BIM/GIS, diviene il «luogo» determinante per cercare di ricomporre gli attori in due fasi distinte, quella che attiene alla micro-conflittualità tra gli operatori professionali e imprenditoriali tradizionali e quella che coinvolge altri soggetti, con logiche eterogenee e che posseggono economie di scala e di conoscenza superiori.

Poiché, tuttavia, occorre riportarsi all’imprenditore delle costruzioni che giunge sicuramente provato al termine della crisi per prepararsi alla ripresa, è molto pericoloso, adoperando la Smart City e l’Industry 4.0 (in Italia, ormai diventata sinonimo di iper e super ammortamenti per acquisire tecnologie più che di filosofie dirompenti di produzione e di lavoro, come in Germania), fargli credere che la transizione non sia lenta e complessa, che la dimensione analogica non rimanga centrale nella dialettica con quella digitale.

All’Imprenditore, infatti, viene rammentato ossessivamente che il famigerato BIM, partendo dal rilievo oggettivo del costruito, permetta il calcolo automatico dei computi metrici e assicuri la perfetta coerenza nella interazioni tra i sistemi edilizi, strutturali e impiantistici (o tra quelli dell’infrastruttura, dell’armamento e del segnalamento).

Siccome, però, la digitalizzazione è, in definitiva, gestione in tempo reale attraverso metriche accurate di ciò che accade lungo la catena di fornitura, includente il committente, è palese che dietro la coerenza tra piante, alzati e prospetti riappaiano il lavoro irregolare e la competizione sleale, i conflitti tra l’impresa principale i suoi fornitori e sub appaltatori, e quanto permea il vissuto quotidiano dell’impresa di costruzioni, sideralmente lontano dalle promesse digitali. Da ciò sorge, ovviamente, la richiesta, a livello europeo, delle imprese di costruzioni di semplificare i processi, i metodi e gli strumenti digitali: la FIEC, nel suo recente documento programmatico sul BIM, accennava al fatto che l’evoluzione digitale non fosse da interpretare come rivoluzionaria.

Una politica industriale deve, però, districarsi tra innovazione incrementale e innovazione radicale, mettendo a sistema logiche e convenienze disperse, ricomponendo visioni endogene ed esogene delle costruzioni e dell’ambiente costruito. Esistono veramente gli interlocutori disponibili?   

 

di Angelo Luigi Camillo Ciribini DICATAM, Università degli Studi di Brescia  


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Autore: Angelo Ciribini

TAGS: BIM, digitalizzazione, industria 4.0, politiche industriali

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