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Per un protagonismo della società attiva

Che cosa merita Milano 2020 numero 22

Quando il Presidente di Assimpredil Ance...

Per un protagonismo della società attiva

Quando il Presidente di Assimpredil-Ance Marco Dettori - amico di lungo corso a cui mi lega un rapporto fatto di comuni visioni e di schietta dialettica nonostante le differenti forme di impresa che rappresentiamo – mi ha chiesto di elaborare qualche riflessione per questo numero di Dedalo, ho raccolto l’invito con convinzione e gratitudine.

Il tema si inserisce in un ragionamento più ampio rispetto al solito campo d’azione in cui ci muoviamo nel quotidiano, come imprese e cooperative che si occupano di città e di abitare, toccando la sfera della “politica”.

Mi piace qui ricordare un lascito degli anni di studio in cui un mio amato professore, il sociologo urbano Giuliano Della Pergola, mi propose lo studio di un suo libro dal titolo “Città, politica, pluralità”, ossia le parole italiane che trovano la loro radice etimologica nella parola polis. La città, ossia il nostro campo d’azione come imprese, è il luogo per eccellenza in cui si manifesta la dimensione della vita plurale – con le sue fatiche e complessità che divengono essenza della democrazia – governata attraverso la Politica. Politica che è – o meglio, era – la somma arte non solo e non tanto della gestione del potere, ma dell’armonizzazione e del governo delle spinte divergenti che caratterizzano una società libera e complessa, con l’anelito a costruire un destino comune.

A che punto siamo oggi?

Se guardiamo al quadro generale direi che la prospettiva è sconsolante.

La dimensione prevalente e in un certo senso asfissiante è quella della propaganda e della comunicazione continue. La pulsione ha preso il posto della riflessione. Col risultato che viviamo continuamente nella bolla dell’annuncio – quando va bene – della bagarre – nella normalità – e dell’insulto berciante quando va male.

Può reggere un Paese, una Regione o una città a queste condizioni date? Per nulla.

Gli esiti, infatti sono deleteri; per il vivere comune delle persone e per i vari ecosistemi – da quello naturale a quello imprenditoriale – in cui la medesima dimensione esistenziale trova il suo spazio vitale.

Non se ne può più di campagne populiste che mirano a ridurre i cosiddetti costi della politica senza prendere di mira i dissesti strutturali, connessi al debito pubblico, che intaccano il futuro di generazioni. In tal senso non è tanto il numero di quanti sono i rappresentanti eletti in ogni livello istituzionale a essere il problema, bensì il loro livello di esperienza, capacità di ascolto e competenza.

Non se ne può più di politici, di ogni ordine e grado, che annunciano ai quattrocento venti – poiché con l’orgia narcisistica da social network ormai gli echi di ogni vacua parola vagano nell’etere all’infinito – trionfanti risultati, leggi storiche e rivoluzionarie per vedere, alla prova dei fatti, la drammatica smentita del reale della più parte di tali annunci.

Non se ne può più delle narrazioni trionfanti – o terrificanti in alcuni casi – di carattere emotivo, che cedono il passo alla sobria razionalità che dovrebbe essere la cifra distintiva di una società avanzata

Non se ne può più di procedure, arzigogoli, sovrapposizioni normative e decisionali tra più livelli che portano chi vuole fare impresa in maniera limpida a scontare un continuo gap competitivo con chi, al contrario, del rispetto dei principi di linearità e limpidezza se ne fa un baffo continuo.

Non se ne può più, infine, della continua contrapposizione tra picchi propagandistici che allontanano la costruzione di quel minimo campo comune in cui coltivare i semi di una collettività coesa.

Sia chiaro, questo virus – ben più radicato del Covid19 - non permea solo la sfera della politica “politicante”; intacca da tempo la società nel suo insieme.

E gli esiti di tale cancrena sono rintracciabili in una società sempre più polarizzata tra i “vincenti” e i “soccombenti”, ossia una società in cui chi ha mezzi, in primis economici e a seguire cognitivi, riesce ad affermarsi mentre chi di tali mezzi non dispone si trova in sempre più radicali situazioni di marginalità, con il rancore che diviene costante delle relazioni e del dibattito pubblico.

Il nodo della persistente cesura tra centro e periferia, che si replica con differenti intensità in ogni parte del globo, è figlio di questa pericolosa polarizzazione.

Bene, detto questo e terminate le doglianze, cosa si propone?

Penso che la responsabilità che abbiamo come vertici di associazioni datoriali che rappresentano non solo molte imprese e cooperative, ma anche e soprattutto grandi storie di qualità e solidità, sia quella di fare un passaggio importante; serve una diversa presenza sulla scena sociale, che non si limiti più solo a "rappresentare interessi" ma si proponga soprattutto di "rappresentare opportunità" e di sollecitare un pensiero robusto.

Cosa intendo con ciò? Intendo dire che se si continua a pensare il ruolo di rappresentanti associativi che hanno come primo obiettivo quello esclusivo di fare il mero “interesse” delle proprie associate, alla fine si buca su due fronti: non si fa il bene delle associate e non si fa il bene della società in cui le associate operano, soprattutto se questa società vive dei deficit sopra tratteggiati.

In buona sostanza ritengo che l'attività di rappresentanza e di confronto con i livelli istituzionali preposti a legiferare o ad amministrare debba essere basata su un solido portato di esperienza (e quindi di "cose fatte" da un lato) e di visioni innovative dall'altro, così da generare — in una dinamica reciproca tra politica e associazioni — fiducia, trasparenza relazionale, consenso duraturo e non partigiano e, soprattutto, sviluppo di opportunità e di benessere collettivo.

Si dovrà dunque superare anche il vecchio – e per me urticante – concetto di “società civile”, per parlare di un rinnovato protagonismo della “società attiva”, fatto, per l’appunto di mondi capaci di organizzarsi non solo per la difesa (spesso necessaria e ineludibile) ma soprattutto per la proposta.

In tal senso ritengo che a Milano, da molto tempo e grazie al perno organizzativo e di stimolo di Assimpredil-Ance, passi importanti si siano compiuti. L’esperienza del tavolo “C’è Milano da fare”, nata un anno prima delle elezioni comunali del 2016, mettendo in rete esperienze, competenze e sensibilità differenti è stato ed è un primo importante passo in questa direzione.

I risultati ottenuti ci soddisfano? Nonostante le difficoltà e in certi casi le frustrazioni, penso che il bicchiere sia mezzo pieno.

E ritengo, per l’appunto, che proprio da questa esperienza si debba ripartire, cogliendo ancora una volta la sfida delle prossime elezioni amministrative (per poi cercare di replicare tale esperienza ad altri livelli) e gli stimoli offerti da una città come Milano. Continuando su questa strada, rafforzando il dialogo interassociativo e proponendo ricette concrete capaci di guardare un orizzonte ampio con le gambe affondate nella complessità del Reale – cosa che le nostre imprese fanno ogni giorno – potremo caratterizzarci ancor di più come limpido soggetto Politico, capace di contribuire con rigore alla ricostruzione di una polis che sia – autenticamente – summa di città, politica e pluralità.

 

 Alessandro Maggioni, Presidente Confcooperative Habitat e Consorzio Cooperative Lavoratori

Ottobre 2020


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Autore: Alessandro Maggioni

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