Past Presidents

L'Ance ha cambiato Milano

Speciale 30 anni 2016 numero 1

Ora può salvarla, con l'aiuto di Dedalo

L'Ance ha cambiato Milano

Passeggiando per Milano, nei giorni della settimana del mobile, tutto è aperto: i musei, i monumenti, le dimore private ospitano gli allestimenti dei protagonisti del gusto estetico e della gioia di vivere che rendono contemporaneo anche il classico, fanno apprezzare la nostra tradizione, la nostra cultura, la nostra ironia, aperta e accessibile. Luoghi che riportano l’attenzione sui valori fondanti il made in Italy: il talento creativo dell’artista combinato con l’eccellenza del saper fare artigiano.

Quanta sapienza, quanta creatività stava nel progetto “Accoppiamenti giudiziosi”, con cui tanti anni fa si congiungeva l’idea del progetto con il saper fare dell’impresa. Questa era l’idea, forse la presunzione, che ci guidava quando, sotto gli occhi attenti e la guida competente e culturalmente curiosa dell’amico Mario Rotondi, pensavamo a come dare contenuto a Dedalo con un dialogo che mettesse in collegamento il nostro mondo con l’esterno, con l’intento di ridare centralità a un mestiere da tempo relegato tra i reietti, quasi un problema più che una utilità per la società. Erano anni di crescita, la ripresa dell’interesse per l’investimento immobiliare aveva quasi marginalizzato il mercato dei lavori pubblici. Nella cultura del sospetto, con regole degli appalti sempre più condizionate da un approccio giuridico anziché tecnico prestazionale, pensavamo che il mercato privato potesse essere da esempio e da traino del mercato pubblico. Una inversione dei compiti, considerato che tutto erano gli appalti pubblici tranne che un riferimento esemplare per le politiche del sistema delle costruzioni. Una lettura che ha trovato la sua sintesi nel progetto “Città dei creativi” che aveva sviluppato l’idea degli accoppiamenti giudiziosi grazie all’impegno e alla fantasia di Claudio De Albertis.

Da questa consapevolezza mutuavamo l’interesse per l’efficienza energetica, per la tecnologia al servizio della competitività e della soddisfazione del cliente, la fiducia nella qualità dei prodotti e dei processi, l’impegno verso l’innovazione e il cambiamento.

Ci confrontavamo però con un sistema pubblico preoccupato più a limitare le responsabilità che non a perseguire un risultato e con una politica attenta solo a preservare consenso e a mantenere il potere, che non a guidare il cambiamento e a stimolare l’innovazione.

Forse anche per questo il dialogo competitivo non fu recepito nella Legge nazionale e solo oggi se ne riparla. E le nostre debolezze erano un facile modo per attribuire le responsabilità alle imprese se i lavori non venivano ultimati in tempo utile, se erano realizzati in modo approssimativo, se i preventivi di spesa non venivano mai rispettati.

Anche per questo abbiamo cominciato a pensare che la tecnologia della digitalizzazione poteva essere uno strumento per contribuire a fare luce sulla verità delle cose e, con il Politecnico di Milano, abbiamo sviluppato l’idea della classificazione degli elementi e dei processi delle costruzioni che poteva essere la base su cui condividere l’esecutività e l’economicità dei progetti messi in gara. Vigeva però ancora la cultura della contrapposizione che veniva nascosta dietro al paravento della concorrenza perfetta del massimo ribasso con cui si induceva a ritenere che, nella scelta del contraente, la logica del prezzo più basso non avesse alternative.

Una illusione che ha tenuto lontano la soluzione che ancora oggi stiamo cercando annaspando nelle indeterminatezze del Nuovo Codice degli Appalti, la cui valenza di rivoluzione copernicana è tutta da dimostrare. Ma è l’approccio culturale verso le potenzialità e il ruolo del settore che ci preoccupa. Se al referendum delle trivelle hanno vinto gli 11.000 lavoratori il cui posto di lavoro poteva essere pregiudicato dalla vittoria dei sì, la politica ci deve spiegare perché tanta preoccupazione non c’è stata e non c’è per gli 800.000 posti di lavoro persi dal 2008 ad oggi nel sistema delle costruzioni. Una preoccupazione che, a quanto pare, ancora oggi non fa strada nelle valutazioni e nelle decisioni della politica, che con l’approvazione del Fondo Atlanta impegna risorse della Cassa Depositi e Prestiti per salvare le banche dai crediti in sofferenza di qualità (quelli garantiti da ipoteche) e mette in circolo 80 miliardi di crediti a cui corrisponde un valore di beni per 200 miliardi, che saranno poi rimessi sul mercato dai fondi speculativi al valore del 15/20% del prezzo originario. Quale politica di innovazione del prodotto e del processo sarà possibile con la concorrenza di un ammontare così rilevante di beni a un valore così basso?

Certo, si salvano le banche, le cui responsabilità per l’ignavia di un sistema che ha reso la finanza sempre più centrale, ma disumana, nessuno ha interesse a ricercare; ma si uccidono le imprese.

Come allora, anche oggi la risposta sta nella tecnologia, nella sostenibilità e nella innovazione. Se ci credono le imprese, ci crede l’Associazione, che a tali obiettivi deve indirizzare le sue politiche, senza farsi condizionare da chi, anche oggi, pensa che non ci sia miglior opportunità che sguazzare nel torbido, in quanto più che la prospettiva del domani valga l’utilità immediata. Qualsiasi sia il modo per ottenerla.


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Autore: Piero Torretta

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