2050 Il futuro è già qui 2019 numero 16

Serve una lobby che pensi al futuro dei nostri figli

Dal Presidente

Nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo...

Serve una lobby che pensi al futuro dei nostri figli

Il sei maggio scorso durante un seminario ristretto, organizzato su sua iniziativa di Marco Dettori, la governance, politica e tecnica, di Ance ha incontrato i rappresentanti delle istituzioni che governano il Paese per avviare un tavolo di riflessione sul futuro ambientale, urbanistico, antropologico ed economico che dovranno vivere le future generazioni.

Presidente Dettori, lei ha individuato nell’anno 2050 il punto di svolta, la linea da non oltrepassare, il moloch che dovrà trovarci pronti e attrezzati per evitare il peggio. Ci può spiegare come è arrivato a questa considerazione e perché ha ritenuto di dover organizzare un seminario su questi temi? Dopo l’esperienza della legge di bilancio, dopo avere avuto evidenza del fallimento della azione tradizionale di rappresentanza con emendamenti, note, relazioncine tecniche, ecc., interventi paragonabili alla azione di un chirurgo estetico sul cadavere. Da allora ho maturato l’idea di creare un legame tra accadimenti del mondo, politica, competenze dei corpi intermedi. Un modo nuovo di fare la lobby, di interfacciarsi con temi alti, di sensibilizzare i decisori sulle priorità del futuro affinché restituiscano valore e contenuti al presente. Per non avere paura domani, per essere consapevoli, per progredire. Ance come portatore di temi alti alla ricerca delle soluzioni più adatte al nostro futuro.”

Perché è così importante il discorso sul clima? Il clima ha sempre influenzato l’attività umana, a cominciare dalla scelta delle aree per i suoi insediamenti. Accurati studi effettuati sui carotaggi del ghiaccio in Groenlandia e Antartide hanno consentito di stabilire che cambiamenti climatici si sono sempre avuti nella storia del pianeta, alternati a fasi di stabilità. Ma ciò che sta avvenendo in tempi recenti è una progressione sempre maggiore di questa alternanza e la probabile certezza che l’attività produttiva umana sia una causa preponderante di questa accelerazione. Queste considerazioni sono ormai ampiamente accettate come dati di fatto fra la grande maggioranza degli scienziati. L’umanità nel suo agire complessivo, nella sua cultura, è passata da uno stato di reverente rispetto verso il pianeta ad influenzarne i processi essenziali e vitali come l’ambiente e il clima. Se ne sono accorti anche i bambini! Proprio coloro ai quali gli adulti di oggi stanno consegnando il pianeta.

Il tema dell’innalzamento di un grado della temperatura ha acceso un dibattito vivace e non sempre univoco. Lei che cosa ne pensa? Lo scioglimento dei ghiacciai, tanto per cominciare, provoca l’innalzamento degli oceani con conseguente esodo nell’entroterra di molte popolazioni costiere. Uno stravolgimento dei mutamenti atmosferici così come li abbiamo conosciuti e dati per scontati fino agli ultimi decenni.

Che conseguenze si possono preventivare per il sistema vita delle persone? L’estremizzazione delle condizioni climatiche, come il verificarsi di precipitazioni piovose intensissime, in zone che hanno a lungo sperimentato un clima mite, e alle quali non si è fatto in tempo ad adattare città, coltivazioni e sistema di vita. Siccità e desertificazione in altre zone del pianeta, mai verificate prima per intensità e durata. Questo quadro complesso si accompagna a grandi mutamenti demografici. Anch’essi in grande accelerazione e anch’essi contrastanti, con rilevanti cali di natalità nelle nazioni più ricche e contemporanee esplosioni demografiche in continenti che registrano una povertà diffusa. La popolazione mondiale, dagli attuali circa 7 miliardi aumenterà entro il 2050 a 9.5 miliardi. Di questi nuovi cittadini del mondo un miliardo certamente emigrerà, e le destinazioni più appetibili saranno i paesi che ancora consideriamo del “primo mondo” tra queste aree c’è certamente l’Europa.

Qui da noi, insomma… Certo, l’Europa è un continente, negli ultimi decenni, a bassa crescita demografica che vede svettare l’Italia in questo ”campionato”. Si prevede per il Belpaese un passaggio dagli attuali 60 milioni a 53 nel 2050. Il flusso umano a livello planetario troverà sicuramente qui uno sbocco. L’eccezionale emigrazione globale del 2050, per numeri e proporzioni, tenderà a riempire i vuoti.

Quali strategie bisogna adottare secondo lei? Di fronte a queste cifre appare non risolutamente efficace ogni tentativo di opporre dighe e muri di qualunque natura. Invece reazioni di razionalità, pragmatismo e competenza non solo sono auspicabili ma sembrerebbero attributi sottintesi in quella somma di saperi che chiamiamo “civiltà”. Ma anche la necessità di accogliere, ospitare, formare ed integrare coloro che dovranno poi occuparsi di una crescente popolazione di anziani, la nostra.

Inquinamento. Global warming. Sovrappopolazione mondiale. Migrazioni. Quindi? Fatte salve alcune discrepanze di posizione tra gli scienziati, l’evoluzione di queste situazioni è facilmente prevedibile e prevista. Lo sanno anche i bambini!

Ce lo spieghi lei, a prescindere da Greta… Maggiore popolazione mondiale chiederà maggiore consumo di energia, di territorio per le coltivazioni, maggiore consumo di cibo e di acqua, destinata a diventare bene prezioso. L’innalzamento degli oceani renderà necessario proteggere e preservare tratti di costa attualmente antropizzati.

Scenario apocalittico In effetti stiamo avvicinandoci alla soglia di cambiamenti potenzialmente molto delicati. Irreversibili? O piuttosto generatori di crescita, lavoro e opportunità? Se 9 saremo solo attori passivi di una evoluzione che ci vede vittime del nostro stesso progresso, o piuttosto autori di un copione ancora da scrivere lo vedremo a breve.

Per chi domanda e ha in mano il timone del cambiamento, la domanda è: “Vuole ed è in grado di gestirlo?” La tecnologia non ha UNA soluzione ai cambiamenti climatici e demografici. Ne ha moltissime. Ciascuna più adatta di altre a risolvere il singolo problema o settore di problemi. Ciascuna da applicare con competenza e coraggio. Agendo contemporaneamente con un’ottica globale e locale. Pensando e pianificando l’attività di produzione globale delle nazioni allo scopo di recuperare una sostenibilità ambientale, nell’ottica dello sviluppo.

Per esempio, come? Negoziando all’interno di forze nazionali ed internazionali e al contempo attuando secondo metodi nuovi la gestione delle singole città, delle loro infrastrutture, dei loro edifici che devono mutare verso una riduzione del consumo energetico, e un cambiamento delle fonti di energia utilizzate. Le città, appunto. Dall’attuale 55% della popolazione mondiale che vive nelle città del mondo, si passerà presto al 75% della popolazione globale da qui al 2050. Avremo, forse, città diverse, più moderne, in rapida evoluzione e cambiamento. Dovremo occuparci di molte questioni: dalla rigenerazione all’ambiente, dalla sostituzione alla densificazione. Dovremo essere pronti a “trasformare”. Con un occhio ai consumi energetici, ai temi sociali dell’affordability nella residenza, nella formazione, nella occupazione, nel welfare. Dovremo generare opportunità, semplificazioni, flessibilità, garantendo nel contempo grande responsabilità e controllo. Evitando lo sviluppo disorganico e improvvisato, fucina soltanto di disparità, tensioni e diseguaglianza sociale.

Che cosa suggerisce per affrontare questa escalation prevedibile, ma non ascoltata? Per esempio spingendo l’introduzione di tecnologie a favore dell’ambiente, nel tessuto urbano, nella vita quotidiana dei cittadini.

Lei descrive un cambiamento epocale. È così? Di sicuro quelli che ci aspettano sono mutamenti che chiedono risposte adeguate alla gravità storica. Risposte che abbiano ampi orizzonti non certo riducibili a un mandato elettorale. Modalità inusuali e urgenti in tutti i settori, produttivi ed amministrativi. L’introduzione di una “economia circolare”, nel quotidiano, non nei convegni. L’abbandono del degrado amministrativo e l’introduzione di normative che agevolino l’attività produttiva, come ad esempio una riforma strutturata per una “nuova fiscalità” di reddito, non di patrimonio. Non è molto lontano il futuro in cui si valuterà ciò che si è fatto in questi anni in materia di sostenibilità ambientale e climatica. Ragioniamo insieme su quanto c’è, se è adeguato, se è contemporaneo, se è prospettico, se serve al nostro futuro. Ma ragioniamo soprattutto su quanto non c’è, e programmiamolo. Il futuro dipende da ciò che si fa oggi, ammoniva il Mahatma Gandhi.  

Marco Dettori, Presidente, Assimpredil Ance

Giugno 2019


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Autore: Marco Dettori

TAGS: ambiente, clima, costruzioni, edilizia, flussi migratori

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