Ricostruire 2017 numero 6

Questa non è Osaka

Dal Presidente

Basta paura. Ripartiamo da chi può costruire.

Questa non è Osaka

 

Ho quasi cinquant’anni. Da quando sono bambino mediamente ogni 4 anni affronto, fortunatamente soltanto da spettatore, la pena e la distruzione che in Italia colpisce molti territori, con intensità più o meno rilevanti, con esiti più o meno devastanti.

Dal Nord al Sud non c’è pace e, se escludiamo la Sardegna, tutti i nostri territori sono afflitti da eventi sismici rilevanti che hanno lasciato segni indelebili sulle città, sulle persone. Ho visto distruzione e morte, ho visto tanta solidarietà, ma ho visto anche inefficienza, approssimazione, abbandono. Affrontare responsabilmente la questione è davvero difficile, bisogna darne atto. Ma la difficoltà non può essere l’alibi di scelte sbagliate o approssimative, perché il limite, come spesso è per le attività degli uomini, rappresenta la sfida.

Gli eventi delle Marche ci hanno profondamente turbato, ma ancor di più gli accorati appelli dei colleghi di ANCE Teramo che poco prima del 2 marzo, giornata nella quale i cittadini e i rappresentanti delle istituzioni dei quei territori si sono riuniti a Roma per protestare nella relativa indifferenza dei media, ci avevano resi partecipi della situazione paradossale e di abbandono nella quale versano oggi quei territori, ancora vittime di un sisma inarrestabile e delle eccezionali condizioni meteo invernali, che hanno minato la speranza di rinascita e di ripresa delle attività.

Molti “soloni” si sono prodigati nel tempo per ipotizzare soluzioni tampone o emergenziali; alcune genialità giapponesi non mancano di ricordare, a ogni evento sismico, la grande capacità nipponica nelle costruzioni, pensando che sia esportabile nella nostra penisola, dimenticando che dalle nostre parti si è costruito e vissuto a lungo e si vive tutt’ora in case di fango e sasso, in borghi medievali inerpicati su rocce e dirupi, con testimonianze storiche e artistiche che hanno garantito la trasmissione dell’equilibrio e dell’estetica, la cui ripresa comporta garbo, sapienza e grande rigore.

Intorno a tutto questo, oggi le soluzioni che stiamo osservando sono diverse. Da un lato la professionalità e l’impegno dei tecnici di “Casa Italia”, che, assieme a Renzo Piano, pensano al futuro, dall’altro lato la soluzione del “Sisma Bonus” a valenza principalmente fiscale, del cui esito dubito che potremo nel breve periodo mi- surare effetti significativi. Tutto lento, graduale, progressivo, sostanzialmente giusto; tanto l’obiettivo di Casa Italia, quanto quello del Sisma Bonus, nel senso che l’impatto definitivo e auspicato è una vera e propria rivoluzione culturale, nella quale si trasferisce una certa sensibilità sul mantenimento della incolumità delle persone e del conseguente intervento sul patrimonio edilizio esistente, e si spinge, o si dovrebbe farlo (e non so quanto ci si creda davvero) nella direzione di diffondere tra i cittadini la consapevolezza di vestire lo status del contribuente anche in territori dove, per creare questa coscienza, ancor prima di pensare al sisma bonus, si deve davvero lavorare enormemente.

Ma mentre si preparano le nuove generazioni, auspichiamo a partire dalla scuola, dove con coraggio bisognerebbe riprendere maggiormente la diffusione della conoscenza del territorio e delle sue criticità, per diffonderne altrettanto responsabilmente le possibili soluzioni, dovremmo anche avere soluzioni contingenti che non richiedano salti generazionali o nuove civiche consapevolezze. Nelle Marche si sta girando un film, ahimè, già visto in precedenza. Il film dell’abbandono. Alcuni amici di Macerata mi raccontano che chi può, vive sulla costa. Chi può e non si fida, sta lontano. Chi non può, e non si fida, vive la paura e sta cominciando ad essere travolto dalla rassegnazione.

Possiamo accettare che questa sia l’unica strada? Possiamo permettere che Amatrice ed Accumoli facciano la fine della zona rossa di L’Aquila? Un tempo avevamo uno Stato partecipe con denari, investimenti e visione. Oggi abbiamo uno Stato depredato, povero, lontano. Le priorità sono sempre altre, mentre poco si spende per allontanare paura e rassegnazione. Eppure penso che esistano soluzioni possibili, nell’ambito del partenariato, che sarebbe opportuno esplorare con pragmatismo e con entusiasmo.

Pur con tutte le difficoltà del nuovo codice appalti, i correttivi stanno aprendo la via a investimenti, concessioni, contratti di disponibilità e altre forme miste. Mentre il lento lavoro di crescita culturale e tecnica darà nuova coscienza e consapevolezza ai nostri cittadini su atteggiamenti di tutela della propria vita e del proprio patrimonio, oltre che la reale partecipazione alla vita dello Stato come soggetti fiscalmente attivi, il sistema delle imprese, quelle serie, quelle dei nostri imprenditori, è chiamato ad intraprendere un percorso di ragionamento responsabile per dare un segno tangibile delle proprie capacità e delle proprie competenze. Può muoversi, ma non deve essere lasciato solo.

Devono accompagnarlo le garanzie delle Istituzioni e un responsabile contributo del sistema del credito attraverso le proprie Fondazioni. C’è spazio, basta crederci. Ci devono credere le banche, perché devono fare ragionamenti di infrastruttura della vita delle persone nel lungo periodo. Ci devono credere le Fondazioni per trasformare le attività tipicamente assistenziali alla promozione del lavoro e della crescita sociale.

Ci devono pensare tutti i Ministeri, per la propria competenza, garanti della rinascita dei servizi e della vita civile protetta. Ci devono pensare le imprese, che hanno la responsabilità di realizzare luoghi sicuri, fugare la paura, annientare la rassegnazione, garantire che il futuro non sarà mai un pericolo. Perché c’è soltanto una attività che da sempre restituisce speranza e dignità alle persone. Comporta fatica, ma è tanto più gratificante quanto più rivolta a costruire valore diffuso, attraverso la realizzazione fisica di quei luoghi che generano il benessere immateriale delle persone, della loro serenità, della loro sicurezza ed incolumità.

È l’attività delle imprese di costruzione e del lavoro dei propri uomini, dai vertici fino all’ultimo manovale, attività abbandonata, da troppi anni, da qualsiasi barlume di politica industriale per il Paese, lasciata alla improvvisazione e con essa alla inevitabile opacità, facilmente criminalizzabile. Prendiamoci le nostre responsabilità.

C’è il Paese, ci sono i morti, la distruzione, il sisma incombente e il futuro. Basta tremare. Una chiamata alle armi sul lavoro alla quale tutto il sistema deve dare il proprio contributo e dal quale nessuno dovrebbe tirarsi fuori

Marco Dettori, Presidente, Assimpredil Ance


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Autore: Marco Dettori

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