Politiche industriali 2017 numero 7

Non ci resta che guardare lontano

Dal Presidente

Serve una rivoluzione culturale

Non ci resta che guardare lontano

CORRETTIVI AL CODICE DEGLI APPALTI, MENO RISORSE, INFINITE NORME. E, SOPRATTUTTO, ZERO ATTENZIONE PER IMPRESE, LAVORATORI E CITTADINI. SERVE UNA RIVOLUZIONE CULTURALE  

 

Le rassegne stampa insegnano o ricordano molte cose. Proprio una dichiarazione del nostro Presidente Nazionale Gabriele Buia ha riportato alla ribalta il tema delle risorse. Cito testualmente: “Diamo atto al Governo di voler compiere un grande sforzo in termini di risorse per le infrastrutture, decisive per colmare il gap di competitività che il nostro Paese ha accumulato in questi lunghi anni di crisi”. I numeri non sono affatto da poco: 47 miliardi per i prossimi 15 anni (poco più di 3 miliardi all’anno).

Ancora Buia: “Perché queste risorse si trasformino in cantieri dobbiamo rimuovere gli ostacoli procedurali che impediscono di fare le opere che servono al Paese”. Il punto è proprio questo. Non me ne voglia il nostro Presidente nazionale, che stimo davvero molto per l’impegno e la costanza con la quale conduce la rappresentanza del nostro sistema in un mare certamente ancora agitato, ma la dichiarazione suona un po’ come un deja vu, e non certo per colpa del suo autore.

Infatti, un altro elemento di grande riflessione è un articolo uscito recentemente su Affari & Finanza che titola: “Appalti, il cantiere infinito delle leggi, ma i grandi lavori sono un terzo del 1990”, che stigmatizza l’esondazione normativa sui lavori pubblici degli ultimi tre decenni, a fronte di un calo vertiginoso delle risorse disponibili per le infrastrutture, ed all’esercizio esasperato di individuare una formula normativa che garantisca agli enti pubblici l’impossibilità che la criminalità organizzata entri nei cantieri.

Tentativo, a mio modesto avviso, fallito in partenza, nonostante i buoni propositi, dal momento che il nuovo codice degli appalti, varato nell’aprile del 2016 in gran fretta e senza grandi attenzioni per le imprese e gli enti locali (e quindi anche per i lavoratori e i cittadini), ha prodotto in un anno 440 correttivi al testo, nell’indifferenza generale dei media e degli opinionisti, soggetti concentrati a sciogliere i nodi della legge elettorale e delle prossime elezioni politiche (salvo un paginone della scorsa estate sul Corriere della Sera a firma di Gian Antonio Stella più ispirato a denunciare problemi, piuttosto che a risolverli).

Il tutto condito da un contesto davvero avvilente nel quale si svolgeva un conflitto istituzionale senza precedenti tra ANAC, Consiglio di Stato, Unione Europea, Ministero e Governo. Urgenze per il mercato, praticamente nessuna. Rivendicazioni di autonomia, autorità, peso e responsabilità, praticamente da parte di tutti; con calma però: cittadini, lavoratori e imprese potevano aspettare, nel frattempo si discuteva, si ragionava, si discuteva ancora. Molta più risolutezza abbiamo osservato nel dribblare i rischi di un provvedimento che metteva a rischio le pensioni dei parlamentari, peraltro promosso da una risicata rappresentanza.

Un quadro desolante, dove la carne da macello sono state le imprese e i lavoratori, e con essi i cittadini, che per un anno hanno visto bloccate le opere di manutenzione del patrimonio pubblico ovunque in Italia, anche nella nostra Grande Milano, città oggi sotto i riflettori globali e rappresentata come modello di traino del Paese, dove crollano soffitti nelle scuole, anche per responsabilità proprie, non va taciuto, del decadentismo diffuso del ruolo e responsabilità della struttura tecnica nella pubblica amministrazione e nelle aziende edili.

Con delle premesse così, si direbbe, è molto difficile pensare di guardare lontano. Eppure il guardare lontano è l’unico vero elemento mancante nella strategia politica di sviluppo, e forse per questo l’attenzione è centrata esclusivamente su una serie di elementi per i quali si vogliono sempre misurare gli effetti per forza nel breve periodo. Occorre sovvertire l’ordine delle cose che così si è drammaticamente costituito. Nei mesi scorsi la Giunta della nostra Associazione nazionale ha approvato all’unanimità un documento importante: “Azioni e strategie del sistema della rappresentanza ANCE – Un piano strategico per un nuovo scenario”, una summa estremamente completa e ambiziosa dei temi che ruotano attorno all’impresa di costruzioni e che possono determinare un vero e proprio vangelo per coloro che hanno la responsabilità di condurre in tempo e per tempo il cambio di rotta con delle risposte concrete all’esigenza crescente di lavoro e di sviluppo.

Il documento è coerente con l’isolato segnale di politica industriale vera (peraltro merito dell’altrettanto isolato tecnico Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda) “Industria 4.0”, che va riconfigurato sul settore delle costruzioni. Il comparto è infatti in una situazione certamente non brillante. Manca lavoro, mancano investimenti. Tolto qualche segno di ripresa del mercato immobiliare a Milano (e principalmente sul costruito, non sul nuovo), il settore attraversa un periodo di stallo al quale non si riescono a dare molte risposte e, sarà banale, ma è solo dal settore delle costruzioni che si attiva veramente la domanda interna. Dato che questa, dirà chi legge, è la scoperta dell’acqua calda, il vero deja vu, sarebbe da chiedersi se sia stato sbagliato perseguire il modello organizzativo della PA, concentrato a “blindare” il processo amministrativo, rispetto alla necessità di maggior rigore e serietà sul piano esecutivo. Un modello meno pubblicistico e più privatistico forse potrebbe essere la risposta. La maggiore flessibilità, lo snellimento strutturale delle procedure amministrative, la digitalizzazione spinta della pubblica amministrazione e delle imprese, il rafforzamento del controllo a valle, non sono proprio dei temi leggeri; sono il ribaltamento della modalità, l’evoluzione in una versione più tipica delle aziende private da parte delle istituzioni, centrali e locali. Dunque un cambiamento culturale del modo di fare impresa e del modo di fare ente pubblico.

Una fiducia diversa nei confronti del sistema produttivo, in particolar modo delle costruzioni, è un cambiamento culturale al quale dovrebbero essere chiamati a fare la loro parte anche i protagonisti della comunicazione, i media e gli opinion leader. Perché, per quanti finiscono in manette e sui giornali per porcherie di ogni tipo, esiste una moltitudine di persone per bene e di lavoratori che fanno il loro dovere contribuendo in silenzio alla generazione del PIL. Questa non è “una” notizia, ma in un cambio radicalmente culturale è ”la“ notizia. E con essi anche i dirigenti e funzionari della pubblica amministrazione, per lo meno coloro (e non sono pochi) che credono che al merito e all’impegno debba corrispondere anche un diverso trattamento retributivo e di carriera, garantito da un processo trasparente e corretto di incentivazione. Il senso di precarietà diffuso che vivono oggi le nuove generazioni, i giovani, ma anche i meno giovani, che hanno lavorato negli ultimi dieci anni nella più profonda crisi economica della storia recente, o che si accingono a intraprendere un iter professionale, pubblico o privato che sia, è un humus non necessariamente distruttivo; e riguarda per l’appunto, il comparto pubblico e quello privato.

Il documento dell’ANCE è una chiamata pacifica ma, pragmaticamente, è un allarme moderno a tutti i sistemi della rappresentanza: produttivo e professionale, con il quale pretendere, con la collaborazione di uomini illuminati, che il Parlamento ci restituisca una stabile e duratura politica industriale di lungo periodo, che non misuri nella legislatura gli effetti per poter fare il bilancio nel breve, ma che riporti alla sostanza il tema della ricerca dei metodi corretti per la produttività e il lavoro del sistema Paese, sia esso negli uffici pubblici che nelle aziende.

Marco Dettori, Presidente, Assimpredil Ance

Giugno 2017


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Autore: Marco Dettori

TAGS: codice appalti, Dettori, lavori pubblici, politiche industriali

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