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Un ponte per l'estero

Conquistare l'estero 2014 numero 40

La crescita dei mercati globali e le reti di servizi internazionali hanno avviato negli ultimi anni...

Un ponte per l'estero

La crescita dei mercati globali e le reti di servizi internazionali hanno avviato negli ultimi anni un imponente processo di cambiamento economico, sociale e culturale transnazionale.

In particolare nei paesi delle economie in via di sviluppo una grande forza omologante, alimentata dai modelli del marketing internazionale legati alla promozione dal “sogno occidentale”, sta velocemente modificando il paesaggio e i modi di abitare. Un processo che sta avvenendo indifferentemente sebbene le condizioni culturali ed economiche dei paesi coinvolti siano alquanto differenti.

Da un lato la produzione immobiliare rivolta alle nuove middle-class sta cambiando e unificando globalmente il paesaggio. Grattacieli copy-past con insostenibili curtain-wall sono realizzati dalle grandi multinazionali del real estate indifferentemente in climi tropicali e continentali, mentre nelle periferie e negli slums la praticità dei nuovi materiali - plastica, lamiera e alluminio - sta annientando la memoria e l’uso locale delle regole del buon costruire e, quindi, della sostenibilità ambientale.

In risposta a questo processo, le nuove generazioni più illuminate cominciano a pensare come valorizzare l’identità storica dei propri luoghi, avendo compreso la necessità, anche economica, di preservare le risorse naturali ed i beni comuni. Mentre globalmente il processo di modernizzazione delle città cancella talvolta secoli di storia e di conquiste culturali, nello sviluppo di alcune città dell’India, ma anche del centro America, gruppi di intellettuali si affiancano ai developers per preservare i valori storici e le identità locali. In questi scenari una rivoluzione industriale non ancora compiuta presenta l’opportunità di valorizzare, attraverso l’architettura, la produzione artigianale e la sua storia.

Il fenomeno che attraverso la nostra esperienza stiamo registrando è la presa di coscienza delle identità regionali, anche nei mercati emergenti. Per meglio descrivere la nostra lettura di questo fenomeno, proviamo a raccontare alcune recenti esperienze che ci vedono coinvolti in Asia e Africa.

Dopo aver completato alcuni progetti in Italia che ci avevano consentito di investigare alcuni temi essenziali sui nuovi modi dell’abitare contemporaneo (con il progetto di Milanofiori) e sulla rigenerazione urbana (con il Museo di Pitagora), siamo stati invitati a tenere una lecture all’Academy of Architecture di Mumbai. Ipsita Mahajan presente alla conferenza e oggi direttore di OBR India, ci presentò Rajeev Lunkad di Human Project che ci chiamò a Jaipur per discutere di un possibile progetto. Si trattava dello sviluppo di un cluster vicino all’aeroporto che comprendesse il quartier generale di una multinazionale. L’intenzione di Lunkad era molto chiara: dimostrare che era possibile sviluppare un progetto di real estate con una sostenibilità sociale traducibile in valorizzazione delle maestranze artigianali e artistiche locali, contribuendo in questo modo allo sviluppo economico e culturale del territorio. Condizione necessaria era, dunque, una conoscenza approfondita della produzione, dei materiali e delle tecniche costruttive locali. Dopo un viaggio di studio tra i produttori del Rajasthan, era risultato evidente che, non esistendo un’industria dell’edilizia, il processo più appropriato fosse la trasposizione dall’art and craft all’architettura. Lavorando con gli artigiani e gli artisti locali, è stato quindi possibile declinare in chiave contemporanea antichi motivi della cultura materiale ormai consolidati nell’immaginario collettivo (come il Lehariya), combinando una progettazione parametrica con una tecnologia costruttiva basilare. Lo scopo era restituire il concetto della multiplicity, basato sulla ripetizione (artigianale), più che sulla moltiplicazione (industriale).

Ben diversa è l’esperienza che ci ha visto coinvolti in Ghana, dove Roland Agambire, giovane visionario nonché magnate della comunicazione africana, ci ha chiesto un progetto per un ICT ad Accra, catalizzando presto le aspirazioni sociali dei giovani talenti africani e, quindi, anche le ambizioni politiche del governo. E’ nata così HOPE City (acronimo di Home Office People Environment), in cui la mancanza di una memoria urbana tradizionale ha in realtà attivato nuove occasioni di creazione di spazio pubblico dove sperimentare possibili evoluzioni. Abbiamo sviluppato un progetto non più a partire da un programma funzionale autonomo, ma come conseguenza di situazioni comportamentali riconducibili alla vita collettiva locale (nel caso specifico riferendoci allo schema della compound-house dell’Africa equatoriale), a partire dalle quali sarà possibile la creazione di un effetto urbano mediante la reinterpretazione in chiave contemporanea di un modello aggregativo tradizionale ghanese. Come in una messa in scena, lo spazio pubblico viene visivamente evocato, più che fisicamente costruito, catalizzando l’impulso ad un maggiore coinvolgimento sociale. Questa esperienza ha consentito di andare oltre la classica opposizione pubblico/privato, architettura/ambiente, individuo/società, cioè verso una nuova dimensione di bene comune, inteso come capitale sociale e psicologico, come luogo condiviso da tutti i membri della comunità. In questo senso l’obiettivo che si sta perseguendo non è un progetto per il Ghana, ma un progetto che cerca di nascere ghanese.

A seguito di questo progetto stiamo sviluppando sempre in Ghana un complesso residenziale che ricerca un’architettura site-specific con standard internazionali. Seguendo una tendenza che si sta diffondendo rapidamente anche in Asia, ci è stato chiesto di gestire interamente il processo “chiavi in mano”, affinché il prodotto finito fosse da noi garantito con la “qualità del design italiano”. In questo caso abbiamo affiancato a moderne tecniche di costruzione, con abilità manuali locali, sviluppando una facciata in legno, nel cui processo di lavorazione saranno coinvolti gli artigiani ghanesi, oggi relegati alla produzione di suppellettili per turisti.

Alla luce di queste esperienze, stiamo sempre più convergendo su un’idea di design inteso come l’esito di un processo di ascolto e di cooperazione. L’architettura non è più un fatto individuale, è un compito comune che deve cercare di promuovere, all’interno della globalizzazione, la presa di coscienza delle identità individuali e delle specificità culturali, che saranno tanto più valorizzate, quanto più intensi saranno gli scambi tra le comunità.

In questo contesto l’attitudine dell’architettura italiana a confrontarsi sul quel terreno incerto dove il moderno dialoga con il paesaggio storico e culturale ha creato un approccio interpretativo che certamente favorisce l’azione degli architetti italiani in questi nuovi contesti. Le nuove generazioni italiani stanno sviluppando una nuova coscienza più urbana e sociale, interessata ai processi di tipo azione-reazione all’interno del corpo della città. Si prende atto dei fallimenti dell’urbanistica e dei grandi piani, e nasce l’interesse per la scala intermedia del progetto urbano e degli “innesti”. E come succede per altri casi di emigrazione intellettuale, il lavoro all’estero rappresenta la messa alla prova della propria identità nella risposta progettuale alle diversità dei contesti.

La generazione di architetti italiani, che in questi ultimi anni per mancanza di prospettive nazionali alimenta la forza lavoro dei grandi studi di progettazione internazionali, sta arricchendo la propria preparazione accademica con nuove professionalità e visione internazionale. Sono i tanti architetti emigrati della cosiddetta “generazione perduta”, i quali rappresentano oggi per il nostro paese e per gli imprenditori creativi una grande risorsa per affermare sul mercato internazionale la qualità del nostro approccio e del nostro design.

Se nei paesi delle economie emergenti vengono sempre più richiesti progetti “chiavi in mano”, nuovi modelli di cooperazione si aprono a tutta la filiera italiana legata alla produzione di architettura, unendo il mondo della progettazione a quello del contract.

A questa apparente posizione di forza, si contrappone una debolezza dell’offerta italiana nel panorama internazionale: una legislazione professionale e fiscale antiquata, la mancanza di società di progettazione sufficientemente organizzate per riuscire a competere sul mercato internazionale e l’incapacità di fare sistema.

Come avviene già in altri paesi europei, solo se sarà riconosciuto istituzionalmente un ruolo più centrale all’Architettura e verrà alimentata la ricerca sui nuovi modi di abitare, allora sarà possibile generare nuove sinergie in grado di valorizzare la presenza italiana nei mercati internazionali.

Del resto l’architettura, pur ancorata com’è al proprio sito, deve dipendere da queste nuove sinergie per diffondere le idee che produce, e la diffusione delle idee è necessaria perché queste abbiano vita e siano messe alla prova del mondo.

Paolo Brescia e Tommaso Principi, OBR


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Autore: Paolo Brescia, Tommaso Principi

TAGS: estero, internazionalizzazione

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