Territorio

Territorio, regole e contemporaneità: flessibili per la città

Crescere? 2016 numero 3

Quando, nei convegni e nelle occasioni di confronto con...

Territorio, regole e contemporaneità: flessibili per la città

Quando, nei convegni e nelle occasioni di confronto con le Pubbliche Amministrazioni, si tocca l’argomento della competitività mondiale tra le città, tutti sono d’accordo che il tratto saliente della  contemporaneità, quello che dovrebbe fare la differenza, sia la flessibilità unita alla velocità, la capacità di adattarsi rapidamente al cambiamento, di rispondere alle sollecitazioni della società e del mercato.

Queste considerazioni vengono solitamente esposte in svariati modi e forme, con dovizia di particolari e ogni possibile declinazione snocciolando procedure ed esempi virtuosi. Ma - assai spesso -  sono proprio i burocrati (magari facendo prima un mea culpa per le Amministrazioni che rappresentano) i maggiori paladini di questa flessibilità; comprensibilmente, d’altra parte, in quanto sono i  primi ad accorgersi di quanto sia importante e di quanto la sua mancanza costituisca un freno all’iniziativa imprenditoriale. Perché allora, quando dalle parole si passa ai fatti, quegli stessi burocrati  diventano i paladini del Moloch Amministrativo? Perché questa flessibilità, trasferita nella pratica corrente, svanisce come neve al sole?

La contraddizione è tale che verrebbe voglia di usare il latino di Cicerone: quo usque tandem .... abutere patientia nostra? Fino a quando, fuor di citazioni, la collettività - privati, operatori, cittadini -  sarà in grado di sopportare questa sperequazione? Prendiamo un solo esempio: la legge lombarda 9/1999, dopo un discreto periodo di sperimentazione, portava finalmente a regime la possibilità di approvare Programmi Integrati in Variante dello strumento urbanistico generale (quel famigerato PRG che si manteneva immutabile per decenni), senza dover procedere a una preventiva variante.

Iniziativa benemerita, accolta poi come procedura normale dalla legge urbanistica della Regione Lombardia 12/2005, che ha previsto anche un termine di sei mesi per la conclusione del procedimento.  Ora, tutti noi sappiamo che la durata media di un P.I.I. si aggira intorno ai quattro anni, e raggiunge punte di sette-otto. Questo significa che il percorso amministrativo di un Programma Integrato che  riguarda una parte anche piccolissima di un Comune, comporta - alla fine - una durata analoga a quella dello strumento urbanistico generale! Ha senso tutto questo? Perché nessuno vi pone rimedio, e  si pensa solo a disegnare procedure che – già alla prima lettura - rivelano la loro intrinseca durata e complessità? Come è possibile rispondere celermente alle esigenze del mercato se il verbale di una  Conferenza di Servizi viene rilasciato un anno abbondante dopo lo svolgimento della Conferenza stessa (ma non è la semplice trascrizione di quel che si è detto?); oppure, se l’ottenimento di un  parere preliminare dura il doppio del procedimento definitivo e richiede - praticamente - i medesimi elaborati? Eppure le regole esistono. La Regione Lombardia non ha mai modificato i termini per i  P.I.I., e nessuno ha mai scritto che un verbale di C.d.S. sia qualcosa di diverso dalla semplice trascrizione dei contenuti della conferenza. Ma sembra proprio che le regole debbano essere sempre  sistematicamente aggirate.

Carlo Rusconi, Vice Presidente Edilizia e Territorio, Assimpredil Ance

Settembre 2016


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Autore: Carlo Rusconi

TAGS: PGT, piano dei servizi, piano delle regole, rigenerazione urbana, territorio, urbanistica

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