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La storia di un corpo

Costruttori di città 2015 numero 42

Il primo motivo del “grazie” è perché ci è stata raccontata la storia di un corpo...

La storia di un corpo

Discorso tenuto il 13 Aprile 2015 presso Triennale di Milano in occasione dei 70 anni di Assimpredil Ance

Il vantaggio di un compleanno come quello dei 70 anni – compleanno ragguardevole – è quello di funzionare da binocolo temporale – e la Chiesa lo sa, di compleanni ne ha celebrati tanti – ovvero è capace di concentrare le emozioni. Il video è stato un gran concentratore emotivo grazie all’utilizzo della metafora – colta “al volo” da coloro che hanno la mia età – della canzone di Guccini “Il vecchio e il bambino”, che accompagnava le immagini. Il video ci ha permesso di concentrare le emozioni e di far sorgere in modo spontaneo un grande “grazie”. Come Diocesi vedo quattro motivi per dire “grazie” all’esistenza di questa associazione, che è molto di più di una semplice associazione.

Il primo motivo del “grazie” è perché ci è stata raccontata la storia di un corpo. Quello che era l’oggetto, quello che è l’oggetto, cioè il lavoro, è diventato uno strumento capace di costruire legami densi di significato che hanno permesso agli uomini e alle donne di esprimersi per quello che erano. Abbiamo visto nel video la storia di un’associazione che è diventata sempre più – potremmo dire – un corpo simbolico, una capacità di far vedere la bellezza del lavoro e l’orgoglio di essere lavoratori, come abbiamo sentito prima anche nel discorso del sindacalista. Questo è davvero un grande “grazie”, in un momento in cui il lavoro rischia di essere molto più spersonalizzante.

Il secondo motivo del “grazie” – l’abbiamo detto anche a Milano nei cantieri dell’arte – è perché effettivamente questi sono stati 70 anni in cui vi siete fatti custodi di una tradizione, e custodi in un modo originale. Il merito al percorso – da noi avviato – tra le chiese contemporanee in vista anche di Expo, penso che voi di quelle chiese ne abbiate costruite gran parte. É interessante ricordare come nel Dopoguerra ci abbiate aiutato a rispondere ai bisogni concreti, trasformando quello che per noi era un bisogno funzionale, ovvero avere degli spazi per la preghiera in un luogo simbolico.

E così arriviamo al terzo motivo del “grazie”. Non è un caso che la foto riprenda il tetto del Duomo: il vantaggio di chi costruisce la città è che lavora con spazi che dicono simboli, che comunicano la dimensione profonda dell’essere umano. Ecco perché ogni città è diversa ed ecco perché la città è un grande laboratorio mitico. Non c’è tradizione religiosa che non ragioni sulla città. Prima è stato citato il capitolo 7 di Matteo: provate a pensare per un attimo a un simbolo come Babele o a un simbolo come Gerusalemme. Ogni religione ha la sua città, proprio perché la città ha questa capacità, ovvero tradurre visivamente quello che non riusciamo a vedere dentro di noi. Lo possiamo fare solo se ci leghiamo agli altri. Questo è un grande compito.

Così arriviamo al quarto motivo del “grazie”. Dal passato avete e state prendendo lo stimolo e le energie per pensare in modo responsabile il futuro. Siete un corpo sufficientemente adulto per capire che il futuro ha in ogni caso bisogno di un progetto, poi sarà “altro”…

Nei miei studi precedenti al titolo di vicario – ora insegno una disciplina che amo moltissimo, insegno infatti teologia pratica, disciplina che cerca di studiare come la Chiesa si istituisce dentro la società come un gruppo sociale qualsiasi – ho studiato molto l’antropologia urbana, soprattutto quella di stampo statunitense, a partire dalla Scuola di Chicago dell’inizio del ventesimo secolo. Una cosa interessante di quegli studi antropologici sulla città, è come questi professionisti, che avevano il vantaggio di non avere storia rispetto a noi, studiassero da zero come “assemblare” le persone. Se ci pensate, noi pensiamo che la città sia il luogo che castiga la libertà – perché nel nostro immaginario comune è uno spazio limitato da tanti muri – e il contrario sia un potenziamento. Il deserto, luogo massimo della libertà, ci appare abbastanza noioso.

Pensiamo invece a una città: con le sue vie e cunicoli diventa interessantissima. Pensate alle libertà degli individui, a quanti percorsi possono costruire nella città. Questa è la capacità di dare simboli, di costruire simboli. Per questo dovete attrezzarvi.

Concludo. 70 anni “valgono bene” un Giubileo, il Papa ne ha aperto uno… Nella religione della fede cristiana, che in realtà ereditiamo dalla fede ebraica, il senso del Giubileo è il seguente: trascorso un certo quantitativo di anni, ricorre un anno che ha come compito quello di raccogliere le persone e dire loro “Riprendi i valori dell’inizio”, considerando il rischio per cui il quotidiano possa averli logorati. Allora l’augurio – ma ho sentito che ve l’hanno già fatto in tanti – è quello effettivamente di tornare ai valori che vi hanno permesso di nascere, di continuare, per poter avere ancora 70 anni più intensi e più densi.

Luca Bressan, Vicario Episcopale Arcidiocesi di Milano


Nella foto: il pubblico guarda il video Costruttori di città durante la video installazione in Triennale dal 14 al 19 aprile 2015

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Autore: Luca Bressan

TAGS: Arcidiocesi, Assimpredil Ance, Milano

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