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Alfondo Morganti lo ricordo così

Rigenerare le città 2017 numero 8

Ci ha lasciato un imprenditore timido e sfacciato, un uomo serio e burlone

Alfondo Morganti lo ricordo così

La prima volta che incontrai Alfonso Morganti, su precisa richiesta di Marco Dettori, fu due anni fa in via San Maurilio 21. Eravamo seduti io, lui e il vicedirettore dell’Associazione Andrea Lavorato, in una delle mega sale di Assimpredil Ance. Lo precedeva una fama affettuosa di caratteriale e il suo nome suonava fin troppo autorevole nell’ambito di un mondo che io mi stavo accingendo a frequentare.

Quindi ero un po’ preoccupato: anche io come carattere non ci scherzo e Alfonso Morganti andava trattato, per la sua storia, con il massimo rispetto. Lavorato, nel suo british style sorridente e pacato mi tranquillizzava. Ciononostante diedi la mano a Morganti malcelando la mia emotività. “Se ghé!” furono le prime parole che mi rivolse, dimostrando prontezza psicologica a cogliere i punti deboli dell’interlocutore.

Poi, però, volle farsi raccontare di me. Era sinceramente curioso del mio percorso professionale e si entusiasmò quando seppe dove avevo lavorato per tanti anni: avevamo conoscenze in comune. E cominciammo a raccontarcele giù su questo e su quello. Sapeva molto, tanto. Di tanti. Ed ebbi persino la sensazione che lui arrivò all’incontro perfettamente consapevole di chi fossi io. Penso che avesse cercato e trovato informazioni su di me. Operazione, peraltro, che non gli sarebbe stata difficile: Morganti conosceva un sacco di gente.

Anche alcune delle persone che conoscevo io. Come Elena e Philippe Daverio, per esempio. “Uè, ma com’è che li conosci anche te?”, mi chiese una volta alla presentazione di un libro di Elena e Philippe all’interno del supermercato Esselunga di via Ripamonti. “Questo mica l’ho costruito io, però”, mi disse ridendo. Non c’era Bernardo Caprotti quel giorno. Ma quando, il 30 settembre 2016, il fondatore di Esselunga morì, Morganti si fece intervistare da Dedalo tracciando un ritratto di Caprotti di grande delicatezza e pieno di affettuosa ironia.

Rivelò in quell’occasione una notizia che forse nessuno sapeva a Milano: il rustico del Pac (Padiglione di arte contemporanea), fu ristrutturato grazie al generoso intervento di Caprotti che Morganti aveva sollecitato. “Caprotti mi fece fare tutti i calcoli” mi spiegò in quell’intervista “e poi mi disse di andare avanti. Di procedere”. Alfonso Morganti volle essere intervistato nel bar di una famosa palestra modaiola di Milano che lui frequentava e mi consegnò, come fosse una preziosa reliquia, la busta che conteneva le fotografie dei prefabbricati Esselunga di Pioltello e del supermercato di viale Zara. Dopo la pubblicazione dell’intervista sul numero di novembre-dicembre 2016 di Dedalo, mi tampinò fin quando non gli restituii quella preziosa busta.

Trovai tutto ciò molto ammirevole. Burbero? Sì, un po’. Simpatico. Anche. Un bel po’. E poi avevo aperto con lui un canale di conversazione privilegiato. Da subito. Dal momento in cui seppe che lo sci è una mia grande passione. Ho presente il racconto di una sua gara alle Olimpiadi militari. Paletto per paletto. Così, quando una mattina mi telefonò e mi chiese di andare a fare un giro per Milano con lui, beh, mi fiondai. Mi portò a vedere da vicino i bellissimi palazzi costruiti dalla gloriosa impresa Morganti. Belli davvero. Ancora più bello osservare l’amore con cui li guardava, facendo finta di niente. Ma a me non sfuggiva che forse c’era anche un po’ di malinconia. Come se nei nostri recenti e tormentati anni milanesi fosse capitato qualche cosa di ingiusto.  

Marco Gregoretti, Direttore, Dedalo

Nella foto: Alfonso Morganti riceve dalle mani di Gloria Domenighini e Claudio De Albertis, nella sede di Assimpredil Ance, un premio alla carriera.

 


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Autore: Marco Gregoretti

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