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Meno burocrazia e più prevenzione per un mondo green e sostenibile

Costruire per cambiare 2019 numero 18

Intervista a Regina De Albertis

Meno burocrazia e più prevenzione per un mondo green e sostenibile

 

La parola sostenibilità nell’Italia martoriata dalle calamità climatiche e dai terremoti, dalle polemiche e dai cambi continui di governo, ha un sapore quasi totalizzante. Perché davvero a volte è difficile rintracciare uno scampolo di vita sostenibile. Forse per questo il presidente dei giovani imprenditori edili dell’Ance, Regina De Albertis, ha recentemente sostenuto che l’Italia sia un paese in cui l’emergenza è diventata oramai ordinaria amministrazione.

Perché una affermazione così forte? I numeri non lasciano spazio ad interpretazioni: l’Italia nel ventennio 1998 al 2018 è tra i 10 paesi al mondo che hanno subito più danni legati a catastrofi naturali. Questo è quanto emerge da uno studio dell’ONU per la riduzione dei rischi dei disastri (l’Unisdr). E se a volte contro lo strapotere della natura l’uomo può ben poco, nella maggior parte dei casi non è così.

L’uomo, dunque ha delle precise responsabilità secondo lei?
Beh, ne sanno qualche cosa a Genova dove si sono visti crollare un ponte sopra le loro teste sotto i colpi di un acquazzone estivo o ad Amatrice e dintorni dove nel 2016 un terremoto di magnitudo 6 provocò 299 vittime e intere località furono rase al suolo, mentre un evento della stessa magnitudo avvenuto nel 2017 ad Ohara (Giappone) non ha prodotto alcun tipo di danno a persone o cose.

Ci sarebbe da temere il peggio. Però lei sembra fiduciosa.
Sì, perché una soluzione per fare le cose diversamente e meglio esiste. Una parola magica che noi di Ance ripetiamo da anni nell’indifferenza generale della politica: prevenzione.

In concreto che cosa significa?
Per dirla tutta è la stessa Commissione europea a quantificare che ogni euro speso in prevenzione permette di ridurre di almeno 4 euro i costi legati all’emergenza, alla ricostruzione e al risarcimento dei disastri dovuti alle calamità naturali. Prevenire dunque è meglio che curare: noi costruttori lo sosteniamo da sempre cercando di convincere le istituzioni (finora inutilmente) della vitale importanza di un serio piano di manutenzione e messa in sicurezza del territorio.

Ogni territorio, ogni realtà, però fanno un po’ storia a sé…
L’Italia è un Paese fragile, è inutile negarlo. 19 milioni di famiglie italiane vivono in aree classificate a maggior rischio sismico. Un dato che già di per sé dovrebbe bastare per far comprendere alla politica quanto sia essenziale la cura del territorio e quanto sia necessaria una grande opera di rammendo (prendendo in prestito le parole di Renzo Piano).

Sono troppo alti, vero, i prezzi pagati finora?
Oltre all’inaccettabile perdita di vite umane, i disastri naturali hanno un costo altissimo per le casse dello Stato, un conto reso ancora più salato da anni di incuria e di mancata manutenzione. 256 miliardi di euro è il prezzo dei danni provocati da terremoti, alluvioni e frane in Italia negli ultimi 70 anni.

Domanda d’obbligo. Che cosa occorre “mettere in cantiere”, secondo lei, da adesso in poi?
Ci sono due fronti su cui può e si deve agire in fretta: case e scuole. La vera emergenza è quella della sicurezza. Il 70 percento, degli immobili italiani è stato costruito prima dell’emanazione delle norme antisismiche del 1974.

E questo che cosa significa? Che cosa comporta?
Che abbiamo un patrimonio edilizio troppo vecchio: soltanto il 3 percento delle nostre case ha meno di 10 anni. Tutto questo si traduce in uno spreco energetico senza precedenti. Le abitazioni antiquate consumano quattro volte tanto rispetto a quelle costruite secondo le recenti normative sull’efficienza energetica. Con un impatto ambientale di queste proporzioni quale credibilità può avere il nostro Paese ai tavoli internazionali sullo sviluppo sostenibile?

E quindi?
Bisogna rigenerare le nostre case. Per farlo serve un piano coraggioso di incentivi fiscali mirato a spingere i privati ad adottare soluzioni “green”. Lo stato non ha nulla da perdere, c’è tutto da guadagnare in termini di crescita e posti di lavoro. C’è poi, e qui lo dico da donna prima ancora che da imprenditrice, una vera e propria vergogna nazionale, quella dell’edilizia scolastica. La metà degli istituti si trova nelle zone a maggior rischio terremoto e oltre il 60 percento degli immobili è antecedente alle leggi antisismiche.

Un terno al lotto anche andare a scuola, per gli studenti e per il personale?
“Cittadinanzattiva” ha calcolato che nell’ultimo anno ogni tre giorni in una scuola italiana ci sia stato un crollo. Che futuro può avere un Paese che non si prende cura del luogo in cui si formano i cittadini del domani? Che messaggio pensiamo di trasmettere ai nostri figli?

Un corto circuito davvero pericoloso. Come uscirne?
Gli strumenti per la prevenzione e la messa in sicurezza ci sono, manca la volontà politica. E non si tratta solo di proteggere la vita delle persone che abitano il nostro meraviglioso paese ma anche di salvaguardare l’immenso patrimonio storico e culturale che fa dell’Italia il luogo con più siti riconosciuti patrimonio dell’UNESCO al mondo (ben 51). Una ricchezza che ci è stata lasciata in prestito e che abbiamo l’obbligo morale di consegnare alle future generazioni. Negli anni a venire il riscaldamento globale avrà effetti sempre più intensi e distruttivi. L’Italia non può far finta di niente, il clima è già cambiato, adesso c’è bisogno di cambiare le nostre politiche.

Detta così sembra una soluzione fantastica. Non c‘è il rischio che resti un libro dei sogni?
In effetti oggi fare impresa in Italia è un atto eroico, sia detto senza retorica. Per suffragare questa tesi si potrebbe fare riferimento all’assenza di una seria politica per la crescita, oppure ricostruire tutte le mancanze e le giravolte sulle grandi partite industriali degli ultimi anni (Ilva e Alitalia giusto per citarne un paio). Ma siccome noi imprenditori abbiamo il pregio (o il difetto a seconda dei punti di vista) di preferire la concretezza alle chiacchiere, scelgo tre numeri che spiegano meglio di tante parole come siamo messi davvero. Tre numeri che danno corpo alle preoccupazioni di noi costruttori e che descrivono in modo disarmante la complessità di un sistema che spesso ci avvolge fino a soffocarci.

Benissimo. Il primo?
749, è il numero delle opere pubbliche bloccate ma già finanziate. L’osservatorio Ance le ha catalogate e studiate una per una. Sono scuole, ospedali, strade, ponti: insomma infrastrutture essenziali per migliorare la vita dei cittadini. Un dato che fa ancora più rabbia in un Paese fragile e sempre più esposto a calamità naturali (come l’acqua alta a Venezia) che richiederebbero una manutenzione del territorio, degli edifici e delle opere di servizio più robusta e puntuale. Ma noi dell’Ance abbiamo fatto di più, abbiamo calcolato il valore economico di questi cantieri bloccati che raggiunge la cifra incredibile di 62 miliardi. E allora io dico: che cosa aspettiamo a farli partire? Che cosa impedisce a Governo, Parlamento, Regioni, Comuni e aziende di Stato di avviare i lavori?

C’è da dire, però, che il labirinto di leggi, regole e di regolamenti, non aiuta.
Infatti, ecco il secondo numero: 308. Tante sono le norme sugli appalti pubblici approvate negli ultimi 25 anni, una media di 12 all’anno. Una giungla di regole che finisce per creare confusione e che pesa come un macigno sulle spalle di noi imprenditori del settore. Già, perché se oggi voglio realizzare un’opera in Italia più della metà del tempo la perdo a fronteggiare spesso inutili complessità burocratiche. Lo dico con franchezza: è una vergogna. Anche perché vorrei cogliere questa occasione per sfatare un mito del tutto privo di attinenza con la realtà. Quello secondo cui una montagna di regole e regolette tiene lontano il malaffare. Io vi dico che è vero l’esatto contrario, perché tra le pieghe dei commi e dei rimandi di legge si intrufolano, a loro intero vantaggio, l’imprenditore scorretto e il pubblico ufficiale disonesto.

E veniamo all’ultimo numero. Tombola!
Eccolo: 20. È il numero dei governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi 30 anni (nello stesso periodo la Germania ha avuto solamente tre cancellieri). Come può l’esecutivo occuparsi delle grandi sfide del futuro del Paese se impiega gran parte del suo tempo a lottare per la propria sopravvivenza, che comunque gli è garantita in media per 18 mesi? La continuità nell’azione di governo è strumento di crescita economica di valore inestimabile, così come lo sono la stabilità normativa e la certezza dei tempi della giustizia. Tuttavia, come giovane donna ho imparato che piangersi addosso non serve a nulla. È proprio di questi giorni la notizia che il PIL tedesco torna a crescere, seppure di un impercettibile 0,1 per cento. E siccome (direbbe Catalano) il segno “più” è assai meglio del segno “meno”, dobbiamo subito agire per intercettare questi timidi segnali positivi. In Italia questa partita (quella della crescita) possiamo giocarla ad un’unica condizione, cioè scommettere seriamente sul nostro sistema delle imprese, unica realtà in grado di generare e diffondere lavoro e benessere. Iniziamo a sbloccare le opere e vedremo nascere una nuova Italia, ma facciamolo subito.  

 

Dicembre 2019


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Autore: Marco Gregoretti

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